martedì 13 novembre 2012

Genitori no alpitour


Il primo problema che si pone qualche ora dopo è il seguente: domani pomeriggio dobbiamo imbarcarci su un volo intercontinentale, destinazione Myanmar. Il nostro viaggio di nozze, bramato, fantasticato, preparato da tempo in ogni dettaglio e ora finalmente alle porte. È un viaggio piuttosto impegnativo: un tour per il paese con spostamenti quasi quotidiani. L’abbiamo scelto proprio pensando che in futuro, se fossero arrivati dei bambini, per qualche anno non sarebbe stata una meta abbordabile. Certamente non pensavamo di portarci un figlio così piccolo da non essere ancora nato. Che si fa? Dopo averci rimuginato a lungo decidiamo: si parte. Si parte perché noi siamo fatti così. Siamo testardi e un po’ incoscienti. Si parte perché, comunque sia, possiamo cercare di fare le cose con giudizio senza esporci a rischi inutili. Si parte perché, in fin dei conti, nessuno dei due ha ancora veramente capito cosa ci sta succedendo. Nulla sarà più come prima

domenica 11 novembre 2012

Dove tutto ebbe inizio


Sabato 19 dicembre 2009. Ore 4.55: è l’alba. Anzi, neanche l’alba. È ancora buio pesto. Io abito in una mansarda e forse fuori, tra i tetti incrostati di brina, si vede la finestrina illuminata. Nessuno sa che io sono qui. Dove? bagno, nel mio graziosissimo bagno rosa in Bisazza, seduta sul water, con in mano un test di gravidanza.
Mio marito non sa nulla. Russa come un trattore nella stanza di fronte. Non s’immagina neanche che io, da qualche giorno a questa parte, mi sento strana. Strana come? Mah, è qualcosa che non si può spiegare. È Madre Natura che, da migliaia di anni, probabilmente molto prima che esistessero i test di gravidanza, ti fa capire che qualcosa sta cambiando.
Ciascuna donna avverte questo cambiamento a suo modo: con un celestiale spirito materno che comincia a impadronirsi di te pervadendo, tramite crescenti e soffuse scariche di ormoni, ogni tua fibra o tramite una meno celestiale nausea ininterrotta, le tette indolenzite e strane perdite di ogni consistenza e colore. In qualche modo i segnali ci sono, li puoi captare. Io, per esempio, me ne sono accorta uscendo dall’analista: ho incontrato un’amica al settimo mese di gravidanza e, mentre scambiavamo due parole e osservavo di sottecchi quell’ingombrante protuberanza che s’intravedeva anche sotto il cappotto, sono stata presa da una nausea momentanea e folgorante. Sul momento non ci ho fatto molto caso: ancora intorpidita dall’atmosfera calda e avvolgente della seduta appena conclusa ho pensato che magari ero troppo suggestionabile. Una fugace gravidanza isterica! Oppure un inconscio rifiuto dell’esperienza di maternità? O il riattivarsi di tracce arcaiche di un pessimo rapporto tra me e mammà?
Dopo alcune tappe riluttanti in farmacia, dove, prima di decidermi a compare il test, ho fatto scorta di cerotti, Cibalgina, shampoo specifico per capelli secchi, fermenti lattici e burro cacao all’aloe, ho finalmente acquistato il mio dispositivo medico CE con indicatore di concepimento e ora sono qui che me la faccio sotto.
O meglio, devo centrare la perfida striscetta per ottenere il responso: m’ama o non m’ama? Mamma o non mamma?
Centro il bersaglio e aspetto: un minuto, due minuti… Tre… Respira a fondo: incinta. Da 1-2 settimane, precisa anche lo zelante dispositivo.
Mi risiedo sul water. Penso: «nulla sarà più come prima». Nel bene e nel male. Il mio pensiero corre come una saetta alla camera in fondo al corridoio: la chiamiamo “il tugurio” perché dopo il trasloco è diventata il refugium peccatorum di tuttequellecosechenonsaidovemettere. E nel giro di nove mesi devo farla diventare “la cameretta”. Ho abbastanza tempo?

Intanto piango: finalmente i miei ormoni possono darsi alla pazza gioia uscendo allo scoperto e, proprio come a Capodanno, esplodono in tutto il loro splendore di fuochi artificiali. Ecco il primo maremoto. Sono incinta. Avrò un bambino. Anzi, una bambina. Ne sono certa.